La Messa conclusiva all’Altare della Cattedra e l’invito del Papa a vivere il servizio come comunione, non come agenda
Si è aperto con la celebrazione eucaristica il secondo e ultimo giorno del concistoro straordinario convocato da Papa Leone XIV. La Messa, presieduta dal Pontefice e concelebrata dai cardinali presso l’Altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro, ha offerto il quadro spirituale entro cui leggere l’intero incontro: un tempo di sosta, preghiera e discernimento per il bene della Chiesa universale.
«Fermarsi per ascoltare il Signore»
Nell’omelia, Leone XIV ha riflettuto sul significato stesso della parola concistoro, richiamandone la radice latina consistere, cioè “fermarsi”. «Tutti noi ci siamo fermati per essere qui», ha osservato, sottolineando il valore di aver sospeso attività e impegni per discernere insieme ciò che il Signore chiede al suo Popolo. Un gesto che il Papa ha definito «molto significativo, profetico», soprattutto «nel contesto della società frenetica in cui viviamo».
Questa sosta, ha spiegato, ricorda l’importanza di pregare, ascoltare e riflettere per «tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta», orientando ad essa ogni sforzo e risorsa.
Non agende, ma discernimento
Il Pontefice ha poi chiarito lo spirito che deve guidare il lavoro del Sacro Collegio: «Noi non siamo infatti qui a promuovere agende – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che può venire solo dal Signore». Per questo, ha aggiunto, è essenziale che nell’Eucaristia ogni desiderio e pensiero venga posto sull’Altare, unito al sacrificio di Cristo, per essere «purificato, illuminato, trasformato».

Solo così, ha detto Leone XIV, è possibile «sapere davvero ascoltare la sua voce» e accoglierla nel dono reciproco che ciascuno è per l’altro.
Una comunità di fede, non un team di esperti
Rivolgendosi ai cardinali, il Papa ha ricordato che il Sacro Collegio, pur ricco di competenze, «non è chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede». I doni personali, offerti al Signore e restituiti dalla sua Provvidenza, sono destinati a produrre frutto per tutti.
Al centro c’è l’Amore trinitario, «relazionale», che alimenta quella «spiritualità di comunione» di cui la Chiesa, Sposa di Cristo, «vive e vuol essere casa e scuola».
Un atto d’amore per Dio e per il mondo
Il “fermarsi” del concistoro è stato definito dal Papa «un grande atto d’amore»: verso Dio, la Chiesa e l’umanità intera. Un atto che si esprime nella preghiera e nel silenzio, ma anche «nel guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda» e nel farsi voce delle comunità affidate alla cura pastorale dei cardinali nel mondo.
Leone XIV ha invitato a vivere questo momento «con cuore umile e generoso», nella consapevolezza che tutto ciò che ciascuno porta è dono ricevuto, talento da non sprecare ma da investire «con accortezza e coraggio».

Collaborare per il bene di tutti
Indicando lo stile del lavoro comune, il Pontefice ha parlato di una Chiesa in cui «ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti», sotto la guida dello Spirito, lieto di offrire e di accogliere i frutti del lavoro altrui.
Non sempre, ha riconosciuto, si troveranno soluzioni immediate ai problemi. Ma «sempre potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare», perché nessuno resti privo del necessario.
Il ringraziamento finale

In conclusione, Leone XIV ha rivolto un ringraziamento sentito a tutti i cardinali per il servizio reso alla Chiesa: «Ciò che offrite alla Chiesa nel vostro servizio è qualcosa di grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti». Una responsabilità condivisa con il Successore di Pietro, ha ricordato, «grave e onerosa», ma sostenuta dalla grazia e dalla comunione ecclesiale.
Articolo precedentemente pubblicato da acistampa – agenzia stampa in lingua italiana del gruppo EWTN News. È stato riadattato per la pubblicazione dal team di ewtn.it.





