Una testimonianza che nasce dal dolore più profondo e si trasforma in annuncio di pace. La storia del sacerdote bosniaco Pero Miličević mostra come la fede e il perdono possano vincere anche l’odio generato dalla guerra.
Il sacerdote bosniaco Pero Miličević ha conosciuto il volto più crudele della guerra quando era solo un bambino. Il 28 luglio 1993, un gruppo di miliziani musulmani dell’Esercito di Bosnia ed Erzegovina fece irruzione nel suo villaggio natale, Dlkani, nel comune di Jablanica. In poche ore furono uccise 39 persone, tra cui suo padre e diversi familiari.
«È stata l’esperienza dell’oscurità e del male della guerra», ha raccontato ai giornalisti presso la Sala Stampa della Santa Sede durante la presentazione, lo scorso 18 dicembre, del Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace 2026, che sarà celebrata il prossimo 1° gennaio.
Un’infanzia spezzata dalla violenza
Trentadue anni dopo quella mattina di terrore, quel bambino che perse improvvisamente l’innocenza parla oggi con la serenità di un sacerdote. Padre Miličević aveva appena sette anni quando gli spari interruppero la sua infanzia. Stava giocando con il fratello gemello e un altro fratello maggiore quando iniziarono le raffiche.
«I proiettili ci passavano sopra la testa», ha ricordato.
La madre e la sorella li trascinarono in casa per metterli al sicuro. Il padre, Andrija, non era presente: era uscito per aiutare una zia nei campi, ma venne anch’egli ucciso. Aveva 45 anni. La madre, Ruža, rimase vedova con nove figli, sette dei quali minorenni.
Nello stesso giorno furono assassinate anche due sorelle della madre e diversi cugini. «Quando muore una persona è già terribile; quando muoiono tre figli, come accadde a mia zia, non so come il cuore di una madre possa non spezzarsi», ha confidato il sacerdote con voce trattenuta.
Sette mesi in un campo di prigionia
La devastazione di quel 28 luglio non terminò con il massacro. La madre e i figli furono deportati in un campo di prigionia noto come il “Museo”, a Jablanica, insieme a circa 300 cattolici croati. Vi rimasero per sette mesi.
Le condizioni erano estreme: «Non avevamo cibo sufficiente, mancava l’igiene e dormivamo su fredde lastre di granito», ha raccontato. La morte era una presenza quotidiana, ma — ha spiegato — il dolore fisico e la fame non erano paragonabili all’angoscia di non sapere quale sarebbe stato il loro destino.
«Non avremmo resistito senza la fede»
A sostenerli fu una fede semplice, ricevuta dalla madre: la recita quotidiana del Rosario. «Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il desiderio di pace», ha affermato.
In quel contesto, la tentazione della vendetta era costante. Tuttavia, padre Miličević assicura di essere uscito dal campo con una convinzione profonda: «Bisognava custodire la pace nel cuore e non cedere al desiderio di vendetta».
Dopo la liberazione arrivò un’altra ferita dolorosa: il corpo del padre era rimasto per sette mesi all’aperto, senza sepoltura. Solo allora poterono dargli degna sepoltura. «Il suo corpo era rimasto insepolto; ciò che abbiamo seppellito sono state le sue ossa», ha spiegato.

Il cammino difficile del perdono
Alla domanda su come sia riuscito a sopportare tanta sofferenza, la sua risposta non è mai cambiata: la fede. «Quell’educazione in Dio ci ha nutriti e ci ha aiutati ad attraversare orrori che nessun bambino dovrebbe mai vedere», ha detto.
Il perdono, però, non è stato immediato. Padre Miličević ha riconosciuto che inizialmente era dominato dalla rabbia e che per anni il dolore è rimasto aperto. Il vero punto di svolta è arrivato quando ha deciso di diventare sacerdote. È stato ordinato nel 2012.
«Non può esserci pace interiore senza perdono»
«Quando ho iniziato a confessare i fedeli ho compreso che non può esserci pace interiore senza perdono e che è necessario affrontare ciò che si è vissuto», ha spiegato. Solo allora la ferita ha cominciato a rimarginarsi.
Nel 2013, a vent’anni dalla prigionia, è tornato nel campo dove era stato rinchiuso. «Sono tornato tra le lacrime», ha raccontato. Non per regolare conti, ma come passo decisivo verso una vera liberazione interiore.
Un messaggio di pace per il mondo di oggi
Oggi la sua storia incarna il messaggio che Leone XIV propone per la prossima Giornata Mondiale della Pace. «La pace deve essere vissuta, coltivata e custodita», ha sottolineato il sacerdote. E ha aggiunto: «Il male si vince con il bene, non con la vendetta né con le armi».
Citando il Pontefice, ha ricordato che «la bontà è disarmante». Non sono gli arsenali a garantire la pace, ma «cuori disposti ad accoglierla». E ha concluso con una certezza maturata nella tragedia: «Quando l’uomo cerca la giustizia, la pace diventa allo stesso tempo la sua opera concreta».






