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Papa Leone XIV in Libano, speranza sotto le ferite

Il Libano accoglie Papa Leone XIV in uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Tra i segni ancora vivi della guerra, il peso della crisi economica e gli attacchi transfrontalieri, la Terra dei Cedri rimane un Paese dal cuore grande, dove il desiderio di pace convive con cicatrici profonde. È qui che il papa ha scelto di continuare il suo primo viaggio apostolico, portando un messaggio che molti libanesi attendevano da tempo: una speranza che non delude.

Un Paese ferito che attende speranza

Nella seconda tappa del suo viaggio in Medio Oriente, Leone XIV è arrivato in un Paese che vive un momento drammatico. Il Libano, segnato da conflitti, crisi istituzionali e un’economia in collasso, attendeva il papa come un segno di conforto. «Il significato di questa visita è portare speranza, la speranza cristiana che è per tutti, per cristiani e non cristiani, una speranza che non muore mai, che non delude mai», ha detto Georgette Mayak durante l’incontro con i vescovi e i sacerdoti a Harissa. «Mi aspetto che il suo messaggio tocchi il cuore delle persone».

Il vescovo siro-cattolico Jules Boutros ha sottolineato il valore del gesto del papa dopo gli attacchi a Beirut: «Dopo qualche giorno dal bombardamento di Beirut, lui non si è ritirato, non ha cancellato la sua visita… per noi questo è un atto assai coraggioso venire qui in un Paese in guerra, per dare la pace, per costruire la pace insieme».

Ad Annaya, il silenzio eloquente di San Charbel

Il secondo giorno si è aperto ad Annaya, presso la tomba di San Charbel Makhlouf. Il monaco maronita, amato molto oltre i confini del Libano, attira ogni anno folle di fedeli cristiani e musulmani, rendendo il suo santuario un ponte vivente tra religioni. Papa Leone XIV è il primo pontefice a visitare il luogo di sepoltura del santo, un gesto che molti hanno interpretato come un segno forte di solidarietà e convivenza interreligiosa.

Accolto dai rappresentanti della Chiesa maronita e dal presidente della Repubblica, Joseph Aoun, il papa si è raccolto in preghiera davanti alla tomba prima di ripartire verso la prossima tappa.

Harissa: un Paese che guarda alla Madre

Da Annaya, Leone XIV ha raggiunto Harissa, dove il grande santuario di Nostra Signora del Libano domina la baia di Jounieh dal 1908. Qui, padre Khalil Alwan ha ricordato che il santuario è un luogo di unità nazionale: «Per i musulmani e i cristiani, perché anche loro venerano la Madonna; Maria esiste anche nel Corano, loro hanno grande stima e rispetto per la Madonna».

L’incontro con il clero, i religiosi e gli operatori pastorali è diventato un segno di comunione in un tempo difficile per tutto il Paese. Ma Harissa è stata anche la cornice di un momento di festa nazionale.

La gioia dei giovani: il cuore vivo del Libano

Nel pomeriggio, l’atmosfera si è trasformata in una celebrazione colorata. Giovanni, uno dei giovani presenti, ha raccontato con entusiasmo: «Questo è il Libano, la nostra Chiesa è sempre viva, ogni evento vede la partecipazione di tutti questi giovani… e siamo davvero onorati di accogliere papa Leone nella nostra terra e nelle nostre case, perché oggi egli unisce noi, i giovani di tutto il Libano, e come potete vedere tutti sono felici».

La giornalista Magdalena Wolinska-Riedi ha spiegato che migliaia di giovani non solo libanesi, ma provenienti anche da Siria e Iraq, si sono radunati per dare il benvenuto al papa nella tappa più colorata del viaggio. Hanno ascoltato il suo messaggio di pace, dialogo e unità in mezzo a canti, bandiere e testimonianze.

Davanti ai 15.000 giovani riuniti a Beirut, Papa Leone XIV ha voluto lasciare loro un messaggio diretto, dicendo: «C’è speranza dentro di te, un dono che noi adulti sembriamo aver perso. Hai più tempo per sognare, per progettare e per fare del bene». Parole che hanno risuonato profondamente in una generazione provata dalla crisi ma ancora desiderosa di costruire il futuro del Paese.

Nel cuore del dolore: l’ospedale e il porto

L’ultimo giorno del viaggio apostolico è stato denso e carico di significato. Al mattino il papa ha visitato l’Hôpital de la Croix, una delle più grandi strutture del Medio Oriente dedicate alla cura delle persone affette da malattie psichiche e gestita dalle Suore Francescane della Croce del Libano. I pazienti lo hanno accolto con entusiasmo, mentre Leone XIV ha ringraziato il personale per il loro servizio «nonostante le condizioni non sempre favorevoli in cui operano».

Da lì si è recato al porto di Beirut, teatro della devastante esplosione del 2020, dove oltre duecento persone persero la vita e quasi settemila rimasero ferite. Genitori, bambini e sopravvissuti hanno salutato il papa portando tra le mani le fotografie dei loro cari, in un momento di profonda commozione e memoria condivisa.

La grande celebrazione sul lungomare di Beirut

Più di 100.000 persone hanno atteso Papa Leone per la celebrazione eucaristica finale sul lungomare. Durante l’omelia, il papa ha invitato i libanesi a custodire il loro spirito di gratitudine, soprattutto per ciò che ha definito «la bellezza unica della loro terra». Ha però riconosciuto che «sono spettatori e vittime di come il male, nelle sue molteplici forme, possa offuscare questa meraviglia».

Ha assicurato al popolo libanese che porta nel cuore «le loro sofferenze e le loro speranze», parole accolte con silenzio e applausi emozionati.

L’addio al Libano e il messaggio per il Medio Oriente

Prima della partenza, Leone XIV è stato salutato dal presidente Joseph Aoun, che ha espresso profonda gratitudine per il messaggio di unità proclamato dal pontefice durante tutta la visita.

Nel suo discorso finale, il papa ha rivolto un forte appello alla pace: «Abbracciandovi tutti, esprimo la mia preghiera per la pace. Insieme a un accorato appello: che gli attacchi e le ostilità cessino. Dobbiamo riconoscere che la lotta armata non porta alcun beneficio. Mentre le armi sono letali, la negoziazione, la mediazione e il dialogo sono costruttivi. Scegliamo tutti la pace come via e non solo come obiettivo».

Un messaggio che non ha parlato solo al Libano, ma a tutto il Medio Oriente.

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