In occasione della 9ª Giornata Mondiale dei Poveri, istituita da Papa Francesco nel 2016, Roma ha vissuto momenti intensi di solidarietà e fraternità. Tra le iniziative promosse dal Vaticano, una Messa presieduta da Papa Leone XIV e un pranzo con i poveri hanno testimoniato la volontà concreta della Chiesa di mettersi accanto agli ultimi. Ma è nelle strade e nelle comunità che questo spirito prende forma ogni giorno, come dimostra l’impegno della Comunità di Sant’Egidio.
Una mensa aperta alla dignità
Nei locali della Basilica di Santa Maria in Trastevere, cuore spirituale della comunità, si è tenuto un pranzo speciale per 150 persone tra senzatetto e famiglie in difficoltà. Accanto a loro, decine di volontari, tra cui anche figure istituzionali come Roberto Masucci, questore di Roma. «Siamo qui in veste di volontari», ha spiegato, «molti di noi appartengono alla Polizia di Stato e sono insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ma oggi siamo semplicemente persone che vogliono mettersi a disposizione e stare vicino a chi ha bisogno».
Con la sua esperienza sul campo, Masucci ha anche riflettuto sul senso del servizio pubblico: «La sfida più grande sono le persone. Bisogna lavorare su di loro, esserci. Certo, come poliziotti dobbiamo intervenire quando si viola la legge, ma non dobbiamo mai dimenticare che abbiamo a che fare con persone da rispettare, e che dobbiamo mettere nelle condizioni di cambiare strada, di prendere la strada giusta».
Volontariato che cambia la vita
Tra i volontari di Sant’Egidio ci sono molti giovani, studenti universitari o delle superiori. Andrea Salzano, studente di ingegneria, racconta come il volontariato abbia trasformato la sua vita: «Aiutavo solo poche persone nella mia vita privata, ma qui posso aiutarne tante. Basta guardarsi intorno per capire quante persone raggiungiamo. Questo mi riempie di gioia. Vedere i loro sorrisi mi rende l’uomo più felice del mondo».
Anche Paolo Stifano, un altro giovane volontario, ha vissuto un cambiamento profondo. «All’inizio non era facile», ammette, «ma mi sono reso conto che siamo uguali. La società costruisce muri tra noi e loro, ma in realtà siamo solo noi. L’unica differenza è che io sono stato più fortunato: ho avuto una famiglia che mi ha aiutato a studiare e a pagare l’affitto».
Accoglienza, ascolto, umanità
L’impegno della comunità non si limita al pranzo. Con il progetto “Good Shepherd”, nato per rispondere all’emergenza freddo, Sant’Egidio offre rifugio e assistenza grazie all’impegno di tanti giovani. Aylou Sow, migrante dal Senegal, ha condiviso la sua riconoscenza: «Siamo accolti bene, ci fanno stare bene. Ci danno quello di cui abbiamo bisogno, e noi cerchiamo di essere utili anche per loro. Ci aiutano a trovare un po’ di tranquillità».
Secondo padre Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere, è fondamentale guardare oltre l’apparenza e riconoscere l’umanità di chi vive ai margini: «Dentro ciascuno di loro c’è un uomo, c’è una donna con le sue ferite, le sue speranze. A volte non hanno bisogno solo di cibo o vestiti, ma di una famiglia. Dobbiamo toccare la loro carne, perché hanno bisogno di essere guariti dall’amicizia, dall’amore. E ognuno di noi è in grado di offrirli».
Una giornata che parla al cuore
Il Giubileo dei poveri è stato molto più di un evento: è stato uno spazio di pace in un mondo segnato da conflitti e disuguaglianze. Ha mostrato che, anche nei momenti più difficili, c’è chi tende la mano, chi si siede accanto e ascolta. Una Chiesa che non parla solo dai pulpiti, ma si china, serve e costruisce comunità con chi ha di meno, ma spesso possiede di più.






