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L’unico giornalista che ha assistito al Concilio Vaticano II

Sessant’anni dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, uno degli ultimi giornalisti testimoni oculari racconta cosa ha significato vivere quel momento epocale dal cuore della Chiesa. Gianfranco Svidercoschi, già vicedirettore de L’Osservatore Romano, condivide ricordi personali e riflessioni ancora attuali.

Intervista a Gianfranco Svidercoschi

Giornalista, ex Vicedirettore de “L’Osservatore Romano”
Intervista di Magdalena Wolinska-Riedi | EWTN Vatican

Dove si trovava l’8 dicembre 1965, giorno in cui si concluse il Concilio Vaticano II?

“Avevo 25 anni. Era una cosa nuova, incredibile: 2500 vescovi che attraversavano piazza San Pietro per entrare nella Basilica. Lì ho davvero compreso l’universalità della Chiesa.”

“Per me il vero Concilio cominciò la sera del 12 ottobre 1962, quando Giovanni XXIII parlò con parole semplici, umane. Disse: ‘Guardate la luna che c’è in cielo’, parlò delle persone che soffrono, e concluse: ‘Tornate a casa e fate una carezza ai vostri bambini.’ Io tornai a casa e la feci a mio figlio, che aveva un anno.”

Lei fu testimone diretto anche dell’apertura del Concilio. Com’è andata?

“La mattina dell’apertura ero lì per curiosare un po’. Ma quando dichiararono l’‘extra omnes’, dovevamo uscire tutti. Io, correndo, mi ritrovai a metà della Basilica. Due gendarmi mi guardarono male, allora mi infilai in un confessionale. E da lì, unico giornalista al mondo, ascoltai il primo confronto vero tra vescovi.”

“Fu un confronto duro, soprattutto tra i vescovi francesi e tedeschi. Volevano che le commissioni conciliari fossero nominate non solo da uomini di curia, ma da cardinali e vescovi rappresentativi.”

Tra i 2500 padri conciliari, chi le colpì particolarmente?

“Suenens. Fu lui a proporre la distinzione tra Chiesa ad intra e ad extra, tra la Chiesa in se stessa e la Chiesa in dialogo col mondo. Un’intuizione che portò poi alle costituzioni Lumen Gentium e Gaudium et Spes.”

Quali sono stati, secondo lei, i cambiamenti più profondi introdotti dal Concilio?

“La Chiesa è cambiata. La Bibbia è tornata nelle mani del popolo, la liturgia è stata riformata, e con Gaudium et Spes la Chiesa si è aperta ai problemi concreti della vita: la famiglia, la giustizia, la pace, la guerra.”

“E poi, dopo duemila anni, la Chiesa ha detto che il popolo ebraico di ieri e di oggi non è responsabile della morte di Gesù. Una svolta storica.”

Pensa che oggi si stia portando avanti quello spirito?

“Purtroppo no. Non siamo riusciti ad andare avanti su molte cose. Ad esempio, non è ancora ben definito il rapporto tra il primato del Papa e la collegialità episcopale. E poi c’è un clima mondiale che rende difficile il dialogo tra religioni.”

Sarebbe il momento di convocare un nuovo Concilio?

“Forse no. Papa Francesco ha aperto molte questioni importanti, ma da gesuita non le ha mai concluse. Lui stesso dice che bisogna aprire i problemi, non necessariamente risolverli subito.”

“Oggi siamo in una fase in cui occorre capire cosa riprendere, cosa portare avanti e cosa, forse, lasciare andare.”

Un ultimo pensiero sulla memoria del Concilio.

“Il Concilio ha dato alla Chiesa uno slancio spirituale e una voce nuova. Non possiamo permetterci di dimenticarlo. C’è ancora molto lavoro da fare per essere davvero fedeli al suo spirito.”

Magdalena Wolinska-Riedi
EWTN Vatican Correspondent

“Grazie per questo bellissimo tempo dedicatoci.”

Gianfranco Svidercoschi

“Grazie a voi.”

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