Flashmob di ProVita & Famiglia: “Serve più cura, non scorciatoie verso la morte”. Il dibattito arriva al Senato dopo anni di stallo
La storica Piazza del Popolo si è trasformata martedì in un colpo d’occhio carico di simboli e denuncia: 200 sedie a rotelle vuote, ciascuna legata a un palloncino rosso, erano disposte in rigide file al centro della piazza. L’immagine, forte e inquietante, è stata scelta dall’associazione ProVita & Famiglia per il flashmob dal titolo inequivocabile: “Non mi uccidere”.
Obiettivo: lanciare un messaggio chiaro al Parlamento contro la proposta di legge che mira a depenalizzare il suicidio assistito.
Una legge ferma al Senato
Il dibattito sul fine vita in Italia prosegue da anni. Ad oggi, l’articolo 579 del Codice penale punisce con 6–15 anni di carcere chi “causa la morte di un uomo, con il suo consenso”.
Un quadro modificato nel 2019 dalla Corte Costituzionale, che ha escluso la punibilità nei casi in cui si tratti di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da patologia irreversibile. Una sentenza emersa dopo il caso di Marco Cappato e DJ Fabo, che nel 2017 scelse il suicidio assistito in Svizzera.
Nel 2022, la Camera ha approvato una proposta di legge che regolamenta l’accesso all’assistenza medica alla morte in condizioni precise — come la maggiore età e una malattia irreversibile — ma il testo è bloccato in Senato, dove prosegue l’esame da oltre tre anni.
Il flashmob mira a frenare l’approvazione definitiva.

“Più diritti, non la morte”
Le sedie vuote rappresentano, secondo gli organizzatori, malati, anziani, disabili e persone vulnerabili: «chiedono al Parlamento più cure, più diritti, più dignità, ma si ritrovano davanti ciniche scorciatoie verso la morte».
Altro dato denunciato: le cure palliative raggiungono soltanto il 33% degli aventi diritto, con regioni in cui la copertura scende al 4–5%.
Una criticità che, per ProVita & Famiglia, dovrebbe essere affrontata prima di introdurre nuove normative sul fine vita.
“Deriva eutanasica” e timori per i più fragili
L’associazione parla apertamente di una “deriva eutanasica che può provocare una vera e propria strage di Stato di malati, anziani soli, depressi e persone con disabilità”. E avverte: ogni legge in questa direzione «consolida nell’opinione pubblica l’idea che lo Stato possa offrire il suicidio come un normale servizio socio-sanitario».
Tra i partecipanti, il portavoce del Family Day Massimo Gandolfini, contrario «a qualsiasi forma di morte medicalmente assistita». Ha ricordato:
«L’esperienza dei tredici Paesi che l’hanno legalizzata è devastante: da pochi casi iniziali si è passati a migliaia ogni anno, inclusi giovani con depressione».
La voce più personale è stata quella di Emanuel Cosmin Stoica, scrittore e attivista con disabilità:
«In un momento di sofferenza potrei anch’io pensare alla morte, ma è proprio allora che la società deve aiutare a vivere e non offrire il suicidio come via di fuga dal dolore».
«Lo Stato deve investire in assistenza, supporto psicologico, inclusione e reti sociali che non lascino nessuno solo».
Articolo precedentemente pubblicato da aciprensa, tradotto e riadattato per la sua pubblicazione su ewtn.it.





