A Milano, tra i banchi dell’Istituto Tommaseo e le vie del quartiere, vive ancora il ricordo di Carlo Acutis, il giovane beato che ha saputo unire vita ordinaria e santità. Le sue insegnanti raccontano chi era davvero “il santo del banco accanto”.
Nei luoghi dove Carlo è cresciuto
Piazza Tommaseo, nel centro di Milano, è un piccolo santuario della memoria per chi ha conosciuto Carlo Acutis. Proprio qui si trovano la sua scuola, l’Istituto Tommaseo, e la parrocchia di Santa Maria Segreta, dove ricevette il catechismo.
Due delle sue insegnanti, Suor Miranda Moltedo (preside della scuola) e Suor Monica Ceroni (insegnante di religione), accompagnano oggi i nuovi studenti alla scoperta del giovane compagno di scuola che è diventato beato.
Suor Miranda Moltedo
«Era un bambino tranquillo, uno di quei bambini dolci e gentili. Non proprio invisibile, ma del tipo che non causava mai problemi. Non era iperattivo, né proveniva da un contesto familiare difficile. Era semplicemente un bambino del tutto normale. Alle elementari, ciò che conta davvero sono i genitori: i bambini di solito riflettono la loro vita familiare. E da questo bambino si capiva che proveniva da una famiglia molto normale e amorevole.»
Un bambino normale… con una luce speciale
Fin da piccolo, Carlo mostrava due grandi passioni: la fede e l’informatica. La sua insegnante di religione ricorda come la sua devozione emergesse naturalmente anche tra i banchi.
Suor Monica Ceroni
«La religione era l’unica materia in cui otteneva sempre il massimo dei voti, perché il suo interesse era sincero e profondo. La famosa frase “Tutti nasciamo originali, ma molti muoiono fotocopie” è tratta da un compito che scrisse in classe durante una lezione di religione.»
Eppure Carlo non era un mistico distante: era pienamente inserito nella vita scolastica, amava giocare, ridere, scherzare con i compagni.
Suor Monica Ceroni
«Era anche un vero burlone! Una delle storie più divertenti che racconto sempre riguarda uno scherzo fatto in classe che è finito persino nel diario della professoressa di matematica.
La professoressa entrò in classe dopo la ricreazione, fece l’appello e notò che mancavano tre studenti. Chiese: “Dove sono?” Mentre si dirigeva verso la porta per chiamarmi, improvvisamente Carlo e gli altri saltarono fuori dall’armadio dell’aula gridando “Boo!”.
Lei scrisse nel suo diario: “Carlo, Carlo e Lorenzo sono saltati fuori dall’armadio dell’aula durante la lezione di matematica gridando Boo!”.
Quella nota divenne famosa, perché catturava la vera essenza di Carlo: allegro, giocoso e pieno di vita.»
Il beato che giocava nel cortile della scuola
Oggi, gli insegnanti parlano agli studenti di “San Carlo Acutis”, che non molto tempo fa correva negli stessi corridoi e giocava nello stesso cortile.
Suor Miranda Moltedo
«Nel nostro programma didattico insegniamo la vita dei santi, in particolare quelli legati alla storia del cristianesimo: San Paolo, San Domenico, San Francesco, le grandi figure. Ma naturalmente ora includeremo anche San Carlo Acutis.
Sento personalmente il bisogno di condividere la sua storia. Cerchiamo però di presentare queste figure sacre non come esseri irraggiungibili provenienti da un altro mondo, ma come persone reali, che hanno scelto liberamente e consapevolmente di diventare amici di Dio. E ricordiamo agli studenti che ognuno di noi è chiamato a quella stessa amicizia.»
Un ultimo saluto… e un esempio che resta
Pochi giorni prima della sua morte, avvenuta per una leucemia fulminante a soli 15 anni, Carlo incontrò Suor Monica davanti alla chiesa di Santa Maria Segreta.
Suor Monica Ceroni
«Sì, ci siamo incontrati proprio fuori dalla chiesa di Santa Maria Segreta. Io stavo entrando e lui stava uscendo. Era proprio l’inizio dell’anno scolastico, il suo secondo anno di liceo. L’ho salutato, gli ho chiesto dei suoi progetti e lui mi ha detto che era entusiasta di tornare a scuola e che voleva impegnarsi, soprattutto grazie alla sua passione per l’informatica.»
Suor Monica e Suor Miranda erano presenti alla beatificazione di Carlo, e continuano a tenere viva la sua memoria, non come qualcosa di lontano, ma come una presenza viva, “quel santo del banco accanto”.





