Presentato al Festival del Cinema di Toronto, il documentario “Nuns vs. The Vatican” porta sul grande schermo le accuse di abusi sessuali, psicologici e spirituali contro padre Marko Rupnik, evidenziando il dramma vissuto da alcune religiose e criticando la risposta della Chiesa. Un’opera che riapre una ferita ancora aperta nel mondo ecclesiale.
Le testimonianze di ex religiose e la figura controversa di Rupnik
Il film si concentra su tre ex membri della Comunità Loyola in Slovenia — Gloria Branciani, Mirjam Kovac e una terza donna identificata solo come Klara — che negli anni ’80 e ’90 avrebbero subito abusi da parte di padre Marko Rupnik, cofondatore della comunità.
Attraverso le loro voci, emerge un quadro inquietante in cui la violenza si intreccia con l’arte sacra: il documentario sostiene infatti che gli abusi avrebbero avuto una connessione profonda con la produzione artistica di Rupnik, diventata simbolo della sua ascesa all’interno della Chiesa negli anni successivi.
Gloria Branciani: “Il mio dolore ignorato, la mia vocazione spezzata”
Gloria Branciani racconta nel documentario come padre Rupnik l’avrebbe manipolata e abusata, intrecciando la sua violenza con la creazione delle sue opere artistiche. Dopo aver denunciato l’accaduto, non solo le sue segnalazioni sarebbero state ignorate, ma avrebbe anche subito conseguenze punitive: la madre superiora Ivanka Hosta l’avrebbe allontanata, e il cardinale gesuita Tomáš Špidlík, amico stretto di Rupnik, avrebbe addirittura scritto per lei la lettera di dimissioni dalla vita religiosa.
Critiche alla gestione vaticana e alla cultura dell’omertà
Nel documentario intervengono anche giornalisti, psicologi ed esperti di abusi ecclesiali, tra cui Barbara Dorris, già direttrice della rete statunitense SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests), lei stessa vittima di abusi da parte di un sacerdote tra i 6 e i 13 anni.
Secondo Dorris e l’avvocata Laura Sgrò, che assiste alcune delle vittime di Rupnik, la risposta della gerarchia ecclesiastica non sarebbe stata all’altezza della gravità dei fatti. Il documentario denuncia apertamente il presunto insabbiamento da parte di alcuni settori della Chiesa.
La reazione di SNAP: “Un caso emblematico di protezione sistemica”
Sarah Pearson, portavoce di SNAP, ha dichiarato alla Catholic News Agency che “il caso del gesuita padre Marko Rupnik illustra questa catastrofe con tragica chiarezza. Nonostante le numerose denunce, è stato protetto per anni, mantenuto in ministero grazie all’intervento del Vaticano sotto Papa Francesco. Solo dopo un’ondata di indignazione pubblica è stato avviato un processo canonico”.
Nessuna risposta ufficiale dal Vaticano o da Rupnik
Il documentario informa che né il Vaticano, né padre Rupnik, né la ex superiora Hosta hanno risposto alle richieste di commento. L’assenza di una replica ufficiale è uno degli elementi che il film mette in risalto nel descrivere l’apparente mancanza di trasparenza.
Rimozione delle opere di Rupnik dai canali ufficiali
Nei mesi scorsi, in un gesto significativo, il Vaticano ha rimosso le opere digitali di Rupnik dai propri siti ufficiali. Le sue immagini, fino a poco tempo fa utilizzate frequentemente da Vatican News per illustrare le festività liturgiche, non sono più visibili online.
Questa scelta è arrivata poco dopo l’incontro tra Papa Leone XIV e i membri della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, avvenuto il 5 giugno 2025.
Prospettive future: proiezioni e possibili sviluppi canonici
Diretto dalla regista italiana Lorena Luciano e prodotto da Filippo Piscopo, il documentario è destinato a essere presentato in altri festival cinematografici in Nord America. Tra i produttori esecutivi figura anche l’attrice Mariska Hargitay, nota per la serie Law and Order: Special Victims Unit.
Una portavoce della produzione ha confermato che si sta cercando di organizzare una proiezione anche in Vaticano. “Siamo in attesa di capire se Papa Leone XIV darà impulso al processo ecclesiastico contro Rupnik già in autunno”, ha dichiarato la stessa fonte.






