Giovane, appassionato, innamorato di Dio e della vita. Pier Giorgio Frassati, il “santo della porta accanto”, ha lasciato un segno indelebile con i suoi soli 24 anni vissuti intensamente tra amicizia, carità e amore per la montagna. La sua testimonianza continua oggi a parlare al cuore di migliaia di giovani.
Le radici torinesi di Pier Giorgio
«Verso l’Alto» e «Verso l’Altro»: queste due parole racchiudono l’essenza della sua vita. La mano sempre tesa verso i poveri e i sofferenti, lo sguardo rivolto verso Dio, nel desiderio costante di avvicinarsi al divino. «Pier Giorgio Frassati nasce a Torino nel 1901 e morirà a Torino nel 1925. Una vita breve, legatissima a questa città, alle amicizie e ai luoghi che l’hanno formato», spiega Paolo Pellegrini, ideatore dello spazio espositivo Verso l’Altro.
Nato in una famiglia benestante, con il padre Alfredo direttore del quotidiano La Stampa, Pier Giorgio ricevette un’educazione solida nelle scuole gesuite e nei migliori licei di Torino. Tuttavia, scelse di iscriversi a ingegneria mineraria per lavorare accanto ai minatori, «una delle classi sociali più sfruttate dell’epoca», sottolinea Pellegrini. Una decisione che rivela il suo desiderio profondo di condivisione con gli ultimi.
Una fede che diventa scelta di vita
Nonostante il suo status privilegiato, Frassati viveva con semplicità e generosità. Donava ai poveri, sosteneva gli amici e amava trascorrere le giornate in compagnia. «Le amicizie vere erano per lui fondamentali, coltivate con cura e attenzione», racconta Pellegrini.
La sua fede trovava nutrimento nell’adorazione eucaristica, in particolare nella chiesa di Santa Maria di Piazza, dove partecipava anche alle adorazioni notturne. «Questa chiesa era una delle sue tappe più frequenti: vi passava notti intere in preghiera», aggiunge Pellegrini, ricordando che oggi fa parte del cosiddetto Frassatour, un itinerario alla scoperta dei luoghi legati alla sua vita a Torino.
Pier Giorgio era anche membro attivo dell’Azione Cattolica, della Società di San Vincenzo de’ Paoli e del Terzo Ordine Domenicano. Un apostolato laicale intenso, vissuto con slancio e concretezza. Eppure, il suo cuore batteva forte anche per un’altra passione: la montagna.
La montagna: luogo di amicizia e di Dio
A Pollone, il paese della famiglia ai piedi del santuario di Oropa, Pier Giorgio trovava la sua seconda casa. «La montagna era lo spazio dell’amicizia e della spiritualità: camminare insieme, stare nei rifugi, pregare. Più si saliva, più sentiva Dio vicino, quasi fisicamente», spiega Pellegrini. Non a caso, la sua celebre frase Verso l’Alto è diventata simbolo di una fede vissuta con entusiasmo.
La sua vita si interruppe bruscamente a un passo dalla laurea. Il 4 luglio 1925, colpito da una poliomielite fulminante contratta probabilmente aiutando i poveri, morì serenamente a soli 24 anni. «Il giorno della mia morte sarà il più bel giorno della mia vita», aveva confidato a un amico.
La sua morte scosse Torino: alle esequie partecipò una folla immensa, composta soprattutto dai poveri che lui aveva sostenuto. «Subito dopo la sua morte, molti iniziarono a intuire qualcosa di speciale in questo giovane così particolare», racconta Alessandro Maria Greco, autore del libro Frassati Tour.
Dal funerale alla canonizzazione: una testimonianza che continua
Nel 1990 Giovanni Paolo II lo beatificò, riconoscendolo come modello di “cristianesimo credibile” per il nostro tempo. «Pier Giorgio Frassati ha incarnato un cristianesimo all’attacco del mondo, una lucerna che illumina», afferma Carlo Tabellini del Centro Culturale Pier Giorgio Frassati.
Il miracolo riconosciuto per la canonizzazione riguarda la guarigione inspiegabile di un seminarista dell’arcidiocesi di Los Angeles. La Chiesa ora lo indica a tutti come «un santo di Dio, tipicamente novecentesco», capace di unire la profondità della fede alla freschezza della giovinezza.






