Nel momento in cui fu annunciato dalla loggia della Basilica di San Pietro che il Collegio dei Cardinali aveva eletto come Papa il loro confratello nato a Chicago, Robert Prevost, condivisi l’emozione generalizzata dei miei colleghi giornalisti, cattolici e non, soprattutto statunitensi.
Il risultato fu ancor più clamoroso di quanto sarebbe stato se i cardinali avessero eletto un africano o un asiatico, per quanto emozionanti sarebbero state anche quelle scelte. Da un punto di vista puramente giornalistico, l’elezione di un Papa nato negli Stati Uniti — qualcosa che secondo la saggezza comune era impossibile, almeno fino al momento in cui accadde — sembrava la scoperta di una miniera d’oro.
L’effetto “prima volta” e le attese americane
Per la prima volta, gli americani avrebbero ascoltato il leader della Chiesa cattolica parlare in inglese come lingua madre, e ogni sua dichiarazione sarebbe stata analizzata, a ragione o a torto, come un commento alle azioni del presidente Donald Trump, anch’egli generatore instancabile di lavoro per i giornalisti. I due uomini sarebbero apparsi quasi costantemente in una schermata divisa, figurativa e talvolta letterale. Roma sarebbe diventata una capitale mediatica alla pari di Washington e New York.
O almeno questo pensavamo in molti.
Un silenzio che sorprende i media
Oggi, a quasi tre mesi dall’elezione di Papa Leone XIV, la realtà mediatica contraddice quelle aspettative. A parte i media cattolici come il National Catholic Register, che naturalmente lo hanno seguito con l’intensità e l’entusiasmo richiesti dalla loro missione e dal loro pubblico, Leone è apparso nelle notizie così raramente quanto può permetterselo un nuovo Papa.
Spiegare come sia successo è più facile che spiegare perché, ma si può speculare su entrambi gli aspetti.
Dopo Francesco, l’inevitabile confronto
A posteriori, avremmo dovuto capire che praticamente nessun successore di Papa Francesco avrebbe potuto uguagliarlo come ciò che i giornalisti definiscono “buon materiale”. Con il suo stile anticonformista, il gusto per la sorpresa e l’inclinazione all’ambiguità, Francesco generava costantemente controversie e interesse: dalla scelta di un nome poco tradizionale all’inizio del pontificato fino alla comparsa spontanea e in abiti laici in San Pietro poco prima della fine. La sua tendenza a improvvisare durante eventi ufficiali e il suo modo informale di parlare nelle conferenze stampa producevano un’abbondanza di frasi memorabili, delle quali “Chi sono io per giudicare?” è solo la più famosa.
Un Papa sobrio, senza effetti speciali
Leone, al contrario, ha seguito con attenzione la tradizione e il protocollo papale. Il suo linguaggio è riflessivo e misurato, ma non distintivo nello stile. Il suo atteggiamento è modesto, persino autocritico, forse un’eredità delle sue origini nel Midwest. La sua unica intervista alla stampa dalla sua elezione, rilasciata alla televisione italiana il mese scorso, è durata meno di tre minuti e non ha offerto alcuna notizia. Esercita il ruolo con evidente sicurezza — “È come se fosse Papa da cento anni”, mi ha detto recentemente un funzionario vaticano — ma invece di dominare l’ufficio, vi si è immerso.
Né restaurazione, né rottura
Anche Papa Benedetto XVI tentò qualcosa di simile dopo il proprio predecessore, carismatico ed estroverso. Ma il cardinale Joseph Ratzinger era già da due decenni una figura internazionale polarizzante, dentro e fuori la Chiesa. Il cardinale Prevost non era ampiamente conosciuto prima della sua elezione.
L’attuale Papa ha anche ridimensionato l’identità statunitense che gli garantisce un posto nei libri di storia. Quando si affacciò alla loggia per rivolgersi al mondo per la prima volta, Papa Leone passò dall’italiano allo spagnolo per inviare un saluto speciale alla sua ex diocesi di Chiclayo, in Perù, ma non parlò in inglese né menzionò la sua città natale, Chicago. Da allora ha usato l’inglese con parsimonia, forse perché parlare la lingua franca mondiale amplificherebbe non solo la portata, ma anche lo scrutinio delle sue parole, specialmente su temi divisivi.
Un profilo basso per preservare l’unità?
Le risposte di Leone a eventi come il bombardamento statunitense in Iran e l’attacco israeliano che ha causato tre morti in una chiesa cattolica a Gaza sono state notevolmente contenute rispetto a ciò che ci eravamo abituati ad aspettare da Francesco, che provocatoriamente paragonò la campagna di Israele nell’enclave palestinese al terrorismo e suggerì che potesse essere qualificata come genocidio. Il Papa ha onorato i migranti e i rifugiati come “messaggeri di speranza”, ma non ha emesso nulla di così incisivo o di ampia portata come la lettera aperta di Francesco ai vescovi statunitensi lo scorso febbraio, in cui denunciava le politiche di deportazione dell’amministrazione Trump.
Il Papa che non divide
Molti di noi che lavorano osservando il Vaticano erano certi che il nuovo Papa, chiunque fosse, avrebbe provocato feroci controversie se avesse annullato alcune delle deviazioni dalla tradizione che avevano definito il pontificato di Francesco nella percezione pubblica. Ma le decisioni di Leone in tal senso — dall’uso della mozzetta alla sua prima apparizione fino alle vacanze nella villa papale di Castel Gandolfo — non hanno suscitato critiche significative né allarmi di restaurazionismo sfrenato da parte degli ammiratori progressisti del suo predecessore.
La maggior parte dei cattolici, naturalmente, è disposta a lasciare che il Papa guidi come meglio crede. Minoranze vocali sia di sinistra che di destra sperano ancora di poterlo rivendicare e, per ora, si accontentano di presumere che si allinei con i loro punti di vista, il che offre loro poche ragioni per lamentarsi.
La via della moderazione
Nel periodo precedente all’ultimo conclave si è parlato molto, tra i cardinali e i cattolici comuni, della polarizzazione nella Chiesa cresciuta sotto Francesco, e i dibattiti su chi ne fosse responsabile non facevano che aumentare la discordia. Leone ha indicato che l’unità della Chiesa — un valore che ha menzionato mezza dozzina di volte nell’omelia della sua Messa inaugurale — sarà una priorità del suo pontificato. Per ora, il suo profilo insolitamente basso aiuta a mantenere la pace.
“Gioca le sue carte vicino al petto”, mi ha detto un conoscente di Leone poco dopo la sua elezione, e altri che hanno lavorato a stretto contatto con lui sono d’accordo.
Ma prima o poi le rivelerà, sia con dichiarazioni chiare sulle controversie nella Chiesa, sia con ciò che sceglierà di non dire.
Allora il Papa tornerà a essere al centro delle notizie, che lo voglia o no.
Tradotto e adattato dal team di ewtn.it. L’articolo originale è stato pubblicato dal National Catholic Register.




