La celebre casa di moda italiana Dolce & Gabbana ha attirato l’attenzione del mondo e sollevato interrogativi nella comunità cattolica dopo aver presentato, lo scorso 15 luglio, una collezione ispirata agli abiti liturgici, in una sfilata spettacolare sul Ponte Sant’Angelo a Roma.
Il marchio ha descritto l’evento — parte di una tre giorni nella Città Eterna — come “un omaggio alla sartoria clericale”, con una serie di capi che richiamano esplicitamente paramenti e ornamenti ecclesiastici: mantelli, pianete, dalmatiche, stole, corpetti, pettorali e strascichi, talvolta rivisitati con eleganza e teatralità.
Le immagini dello show mostrano modelli con camicie in pizzo bianco, simili a cotte e pianete, e abiti bianchi o neri, punteggiati da verde, rosso e viola, in riferimento ai colori liturgici usati dalla Chiesa durante l’anno.
Tra arte, fede e provocazione
L’uso dei simboli cattolici, come croci, rosari, turiboli e incensieri, ha diviso l’opinione pubblica. Alcuni l’hanno considerato un atto di apprezzamento per l’eredità cristiana italiana, altri una strumentalizzazione del sacro a fini estetici e commerciali.
“Ogni creazione raggiunge un perfetto equilibrio tra solennità, devozione, disciplina e codici estetici e iconografici”, ha affermato la casa di moda.
La sfilata, ambientata sul ponte che collega la città a Castel Sant’Angelo, è stata aperta da una scena che ricordava una processione liturgica: comparse vestite da chierichetti con candele, incenso e baldacchini, mentre sullo sfondo si stagliava la Basilica di San Pietro.
Le critiche: “Mercificazione del sacro”
Tra i primi a esprimere perplessità, il giovane teologo Nicola Camporiondo, 19 anni, seguito da oltre 160.000 persone su TikTok:
“Dopo che il sacro è stato per secoli monopolio dei religiosi, ora le agenzie di moda lo utilizzano per scopi mondani e profani”, ha dichiarato, definendo lo show una “usurpazione”.
Camporiondo ha comunque colto l’occasione per sottolineare come l’estetica tradizionale cattolica continui ad affascinare, anche in un’epoca di crescente secolarizzazione.
Le aperture: “Collaborazione all’opera di Dio”
Di diverso avviso don Alberto Ravagnani, sacerdote e influencer dell’Arcidiocesi di Milano, che ha definito la sfilata:
“Un modo per dare valore alla tradizione”.
“Quando si dice che la Chiesa oggi deve essere semplice e umile, è vero. Ma non vuol dire che debba essere trasandata o brutta. Dio ci ha dato l’arte, le mani, l’intelligenza e la capacità di creare cose belle. Questa capacità dell’uomo di creare bellezza è una collaborazione all’opera di Dio”, ha spiegato.
Anche se la maggior parte dei suoi follower ha espresso parere contrario, giudicando la sfilata oltraggiosa o eccessiva, don Ravagnani ha voluto stimolare una riflessione più ampia sul linguaggio della bellezza e sull’eredità visiva del cristianesimo.
“È arte, non solo moda”: il contributo di don Rocca
Presente all’evento anche don Alberto Rocca, sacerdote milanese e direttore della Pinacoteca Ambrosiana, nonché collaboratore di Dolce & Gabbana:
“L’uso dei simboli cattolici da parte dei due stilisti è un omaggio alla nostra tradizione”, ha dichiarato, aggiungendo:
“Sarebbe molto riduttivo vedere tutto questo solo come moda e non come arte”.
Rocca ha contribuito anche alla mostra “From the Heart to the Hands”, promossa dai due stilisti a Roma, sottolineando il legame profondo tra arte sacra, patrimonio culturale e creatività contemporanea.
“Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno sempre utilizzato certi simboli religiosi perché fanno parte del contesto italiano e sono cattolici”, ha ricordato.
Oltre il Ponte Sant’Angelo: tre giorni tra storia e spiritualità
L’evento “Roma 2025 Alta Moda” ha compreso anche:
- Il 13 luglio a Villa Adriana (Tivoli): il lancio di una nuova linea di gioielli, annullato per maltempo.
- Il 14 luglio al Foro Romano: una collezione ispirata a mitologia, antica Roma e cinema italiano.
- La mostra d’arte al Palazzo delle Esposizioni, visitabile fino al 13 agosto, già ospitata a Milano e Parigi.
Una sfida per la Chiesa?
La collezione Dolce & Gabbana non ha lasciato indifferenti: tra chi parla di profanazione e chi intravede un’occasione di dialogo culturale, la questione resta aperta.
Nel tempo del Giubileo 2025, segnato dalla ricerca di segni di bellezza, misericordia e speranza, anche iniziative inattese possono suscitare domande profonde sul ruolo pubblico della fede, sul linguaggio dell’arte e sull’evangelizzazione nel mondo di oggi.
Tradotto e adattato dalla redazione di ewtn.it. L’originale è stato pubblicato su CNA.





