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Gaza sotto le bombe, ma non senza speranza: la voce del parroco cattolico ferito nel recente attacco alla chiesa della Sacra Famiglia

La Terra Santa sotto attacco. In alto a destra: Padre Gabriel Romanelli, parroco della parrocchia della Sacra Famiglia | liberoreporter.it
La Terra Santa sotto attacco. In alto a destra: Padre Gabriel Romanelli, parroco della parrocchia della Sacra Famiglia | liberoreporter.it

Dopo il bombardamento del 17 luglio, che ha colpito duramente la Striscia di Gaza provocando tre morti e numerosi feriti, tra cui un giovane postulante di 19 anni, arriva la testimonianza accorata di chi continua a resistere con la forza della fede: padre Gabriel Romanelli, parroco dell’unica chiesa cattolica del territorio, la chiesa della Sacra Famiglia.

Il sacerdote argentino, appartenente all’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), ha condiviso un aggiornamento attraverso un video pubblicato sul suo canale YouTube il 20 luglio.

«La guerra continua. E le ferite sono reali»

Padre Romanelli ha aperto il suo intervento con parole di verità e dolore:

“Purtroppo la guerra continua. Oggi ci sono stati molti morti, persone che si trovavano nel nord, dove c’è un grande bisogno di aiuti umanitari. I numeri sono terribili, non c’è ancora una cifra definitiva, ma si parla di decine di morti, tanti”.

Il sacerdote stesso è stato ferito da una scheggia durante il bombardamento. Il suo racconto trasmette tutta la crudezza della situazione:

“Il caldo è soffocante. Oggi la temperatura percepita è stata di 42 gradi… I bombardamenti non cessano. Ne abbiamo avuti di molto vicini, con la caduta di schegge, e purtroppo ora sappiamo bene cosa significa una scheggia: non è solo rumore, è qualcosa che ferisce, che danneggia, che uccide”.

L’attacco del 17 luglio è stato condannato da numerosi leader religiosi, tra cui Papa Leone XIV, che nei giorni successivi ha avuto colloqui con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Mahmoud Abbas.

Luci nella notte: la speranza nella fede e nella comunità

Nonostante il clima di dolore, padre Romanelli ha voluto evidenziare anche i segni di speranza che continuano a emergere:

“Le buone notizie sono molte: siamo in grazia di Dio, perseveriamo nella fede. Tanti ci hanno espresso grande vicinanza per quello che è accaduto qui, per l’attacco alla chiesa cattolica. Come vi ho raccontato, sono venuti a farci visita anche i patriarchi.”

Tra questi, la presenza del Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha avuto un impatto profondo sulla comunità:

“È ancora qui. È una benedizione per la gente pregare con lui, vederlo pregare, chiedergli la benedizione, ascoltarlo, essere consolati da lui. È stato molto confortante. Tutti sono riconoscenti: è davvero una bella notizia.”

I feriti, la speranza, la forza della preghiera

Padre Romanelli ha aggiornato anche sulle condizioni dei giovani colpiti nell’attacco. Nayib, ragazzo in sedia a rotelle con una ferita al polmone, sta lentamente migliorando:

“È sempre stato un grande orante e continua a pregare, chiede preghiere… È ancora ricoverato, anche se l’ospedale in cui si trova versa in condizioni deplorevoli. La maggior parte degli ospedali della Striscia è stata distrutta, ma Nayib è in miglioramento. È ancora in condizioni delicate, ma sta meglio.”

Anche Suheil, il postulante di 19 anni, sta recuperando dopo un intervento:

“Ha subito un importante intervento chirurgico e dovrà avere pazienza nel recupero… Oggi siamo riusciti a parlare con lui al telefono: è stato confortante.”

La preghiera che non si spegne: «La pace è possibile ed è necessaria»

Padre Romanelli ha parlato anche della vita quotidiana nella parrocchia, tra paura e resistenza spirituale:

“Potete immaginare, è passato pochissimo tempo. Ma la cosa bella è che abbiamo pregato, cantato. Nonostante i bombardamenti, in questi ultimi giorni le schegge sono state poche. I bambini avevano voglia di uscire, cantare, gridare. Così si sono visti nel cortile, con un pallone da calcio, a giocare.”

Da Gaza, la sua voce diventa appello al mondo intero:

“Continuiamo a chiedere le vostre preghiere, a ringraziarvi, e vi chiediamo anche di lavorare—di lavorare tutti—per convincere il mondo che la pace è possibile ed è necessaria.”

Il suo messaggio si chiude con una supplica accorata, che parla al cuore di ogni cristiano:

“Chiediamo al Principe della pace, nostro Signore Gesù Cristo, e alla Vergine Santissima, il dono della pace—soprattutto per Gaza e per tutta la regione.”

Dove tutto crolla, la fede resta. La Chiesa non abbandona Gaza: continua a pregare, curare, servire. E a testimoniare, anche sotto le bombe, che la pace non è solo un sogno. È un impegno, una promessa. Un dono da invocare ogni giorno.

Tradotto e adattato dal team di ewtn.it. L’originale si trova su aciprensa.com.

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