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Gaza: attacco alla chiesa cattolica. Il racconto dal cuore del dramma

I fedeli cristiani palestinesi si riuniscono per partecipare a una cerimonia all'interno della Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza City, il 19 dicembre 2021. | Credit: Anas-Mohammed - Shutterstock
I fedeli cristiani palestinesi si riuniscono per partecipare a una cerimonia all'interno della Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza City, il 19 dicembre 2021. | Credit: Anas-Mohammed - Shutterstock

Gaza, 17 luglio 2025 – Una nuova ferita si apre nel cuore già martoriato della Striscia di Gaza. Questa mattina, intorno alle 10:20 ora locale, un missile ha colpito la chiesa cattolica della Sacra Famiglia, unico luogo di culto cattolico dell’enclave. L’attacco ha provocato tre morti e almeno otto feriti, tra cui il parroco, padre Gabriel Romanelli, che ha riportato una ferita lieve a una gamba.

Il racconto dal cuore del dramma

A raccontare quanto accaduto è p. Yusuf Asad, 49 anni, viceparroco della chiesa, che aveva appena celebrato la Messa del mattino quando è stato udito il boato. L’esplosione ha colpito il tetto della chiesa, accanto alla croce, e le schegge hanno investito il cortile dove alcuni fedeli si trovavano in quel momento.

«È caduto direttamente sul tetto. L’esplosione si è verificata accanto alla croce della chiesa e ha presto sparso schegge nel cortile», ha spiegato ad ACI Prensa – partner di lingua spagnola di EWTN News – Antón Asfar, direttore di Caritas Gerusalemme.

«Ci è stato poi chiarito che al momento dello scoppio alcune persone si trovavano nel cortile esterno, nonostante il parroco, P. Gabriele Romanelli, avesse avvertito tutti di rimanere all’interno», ha aggiunto.

«Senza gli avvertimenti del P. Romanelli, avremmo potuto perdere 50 o 60 persone. Sarebbe stata una strage».

Un rifugio fragile per centinaia di sfollati

La parrocchia della Sacra Famiglia è diventata, dall’inizio della guerra tra Israele e Hamas, un rifugio di fortuna per oltre 500 persone: cristiani cattolici, ortodossi e protestanti, ma anche più di 50 bambini musulmani con disabilità, insieme alle loro famiglie. Il complesso comprende la chiesa, una scuola, un convento, un centro multifunzionale e l’edificio delle Missionarie della Carità.

«Stiamo valutando la situazione con il Patriarcato Latino di Gerusalemme per comprendere cosa sia accaduto. La gente è scioccata», afferma ancora Asfar.

Gli attacchi, intensificatisi nelle ultime settimane, colpiscono regolarmente l’area di al-Zaytun, dove si trova la parrocchia. Prima dell’inizio della guerra, il 7 ottobre 2023, la comunità cattolica locale contava 1.017 fedeli.

«C’è una minaccia costante. Già da due domeniche c’era un ordine di evacuazione per il quartiere residenziale di al-Zaytun», spiega Asfar.
«È molto difficile trasferire le persone. Tutti sono decisi a restare nelle chiese e a continuare a rifugiarsi lì. Ma la verità è che a Gaza non ci sono più zone sicure».

Vittime e feriti: «La gente è terrorizzata»

Il Patriarcato Latino di Gerusalemme ha confermato la morte di tre persone:

  • Saad Issa Kostandi Salameh, 60 anni, addetto alla manutenzione della parrocchia, colpito mentre si trovava nel cortile.
  • Foumia Issa Latif Ayyad, 84 anni
  • Najwa Abu Daoud, 70 anni

Le due donne stavano ricevendo assistenza psicologica nella tenda del progetto di supporto psicosociale di Caritas al momento dell’attacco.

«La gente era terrorizzata quando è iniziata l’evacuazione dei feriti verso l’ospedale. Anche P. Gabriele [Romanelli] è stato trasferito, poiché riportava una ferita lieve a una gamba, ma è fuori pericolo», conferma Asfar.

Otto persone sono state trasportate all’ospedale Al Mamadami, a circa un chilometro dalla chiesa, ma anche lì le condizioni sono disperate:

«Non ci sono medicinali, né acqua potabile. C’è una grave carenza di carburante, fondamentale per gli ospedali e i centri sanitari», denuncia Asfar.

Crisi umanitaria: aiuti bloccati, fame diffusa

La situazione si aggrava anche sul fronte umanitario. Secondo Caritas, l’ultima entrata significativa di aiuti a Gaza risale a oltre quattro mesi fa:

«Dopo il 2 marzo non è più arrivato nulla. Solo piccole quantità. L’unica operazione attiva è quella della Gaza Interim Foundation, ma non è sufficiente. Quattro centri non possono sostituire i 400 punti di distribuzione che esistevano durante la tregua».

L’organizzazione, sostenuta da Stati Uniti e Israele, è accusata da alcune ONG di politicizzare la distribuzione di aiuti, trasformandola in un’arma di pressione.

Secondo dati ONU, oltre 400 gazawi sarebbero già morti nei punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation.

«La gente sta morendo di fame. Tutti i bambini soffrono di malnutrizione», conclude Asfar.

Tradotto e adattato dalla redazione di ewtn.it. L’articolo originale è stato pubblicato su aciprensa.com.

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