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Lumen Fidei, l’enciclica di Francesco che era in realtà di Benedetto

Papa Benedetto XVI (Vatican Media)

La prima enciclia di Papa Francesco era in realtà una eredità di Benedetto XVI. La prima enciclica “a quattro mani” della storia della Chiesa

La prima enciclica di Papa Francesco si chiama Lumen Fidei, e la ricordano in pochissimi. Perché si può dire che sia stata la prima enciclica “a quattro mani” della storia, perché si basava sul lavoro fatto da Benedetto XVI prima della sua rinuncia.

Infatti, Bendetto XVI, dopo le encicliche dedicate alla carità – Deus Caritas Est – e alla speranza – Spe Salvi – aveva in animo di scrivere una enciclica sulla terza virtù teologale, quella della fede. Aveva fatto tutto il lavoro preparatorio. Ma poi aveva deciso di rinunciare al pontificato, e aveva lasciato la bozza a Papa Francesco, che aveva deciso di pubblicarla. Ma, come succede nella storia della Chiesa, l’enciclica porta la firma del Papa regnante, mai anche la firma dell’emerito.

Sia Francesco che Benedetto XVI, comunque, enfatizzavano in particolare il tema della luce connesso alla fede. Ma perché la luce era così importante per loro?

Il pontificato di Benedetto XVI è stato interamente mirato a dimostrare che non possiamo accontentarci delle piccole luci della ragione e che dovremmo ragionevolmente tendere alla luce più grande della fede.

Il pontificato di Papa Francesco aveva lo scopo di portare la luce della fede fino alle periferie del mondo.

Durante l’udienza generale del 12 giugno 2013, Papa Francesco aveva affermato che “se in uno stadio – diciamo lo stadio Olimpico di Roma o il San Lorenzo di Buenos Aires – in una notte buia, qualcuno accende una luce, tu a malapena la vedi, ma se gli altri 70.000 spettatori accendono la loro luce, tutto lo stadio brilla”.

Accendere la propria luce significa, infatti, ritornare a Dio. Questo è stato uno degli obiettivi principali del pontificato di Benedetto XVI.

Una delle radici di questo obiettivo risale alla visita di Joseph Ratzinger nel 1994 alla Specola Vaticana, l’Osservatorio Vaticano, un istituto di ricerca e didattica astronomica sostenuto dalla Santa Sede e gestito dai Gesuiti.

Per secoli, i Padri Gesuiti si sono avvicinati al telescopio dell’Osservatorio di Castel Gandolfo e da quel punto di vista privilegiato hanno osservato il cielo, cercando di cogliere il senso della volta celeste.

Oggi, la Specola Vaticana di Castelgandolfo è un museo. Sebbene i suoi strumenti e strumenti siano ancora funzionanti, le luci di Roma– e di tutta Europa – sono così intense che è praticamente impossibile osservare le stelle. Di conseguenza, è stato costruito un nuovo osservatorio a Mount Graham, in Arizona.

Joseph Ratzinger, che sarebbe diventato Benedetto XVI, rimase così colpito dalla Specola Vaticana che ne parlò nell’omelia della messa della vigilia di Natale del 1994 a Berchtesgaden.

In quell’omelia, paragonava l’osservazione del cielo alla ricerca di Dio, come una sorta di metafora.

E concludeva che “le luci degli uomini, le luci che abbiamo prodotto, nascondono la luce del cielo. Le nostre luci nascondono le stelle di Dio. È quasi una metafora: a causa delle troppe cose che abbiamo creato, riusciamo a malapena a riconoscere le tracce della Creazione di Dio, e la Creazione stessa”.

Era, questo, anche un punto cruciale della prima enciclica di Papa Francesco.

“C’è urgente bisogno, quindi – scriveva Papa Francesco nella Lumen Fidei – di tornare a vedere che la fede è una luce, perché quando la fiamma della fede si spegne, tutte le altre luci cominciano ad affievolirsi. La luce della fede è unica, perché è capace di illuminare ­ogni aspetto dell’esistenza umana. Una luce così potente non può venire da noi stessi, ma da una fonte più primordiale”.

Quella fonte è Gesù Cristo, perché “poiché Cristo è risorto e ci attira oltre la morte, la fede è anche una luce che viene dal futuro e ci apre orizzonti vasti, che ci orientano oltre il nostro isolamento verso l’ampiezza della comunione”.

Riprendendo l’enciclica e le parole del suo predecessore, Papa Francesco ha portato avanti l’ambizioso programma di Benedetto XVI di riportare la Chiesa a Dio .

Come si potrà fare questo in una Chiesa che soffre della cancrena del carrierismo e che è forse eccessivamente deferente ai media? Come si svolgerà senza banalizzare le occasioni solenni e le liturgie?  

Seguendo l’esempio di San Benedetto nel suo chiostro, Benedetto XVI aveva lavorato per creare a una nuova civiltà, utilizzando i suoi discorsi come elementi costitutivi di una cattedrale, spostando l’attenzione dai gesti e dalle azioni e concentrandola invece su un pensiero e una teologia più profondi. Papa Francesco, pubblicando l’enciclica, era chiamato a mostrare la luce della fede.

C’era, insomma, in quell’enciclica molto dell’ambizioso programma di Papa Francesco, che era, come quello di Benedetto, di annunciare la luce della fede e lasciare che questa illumini il mondo.

Nella Lumen FideiPapa Francesco dimostrava lo stretto legame tra fede, verità e amore, quelle affidabili di Dio. E spiegava che “la fede senza verità non salva. Resta solo una bella fiaba, soprattutto oggi in cui si vive una crisi di verità a causa di una cultura che crede solo alla tecnologia o alle verità del singolo, a vantaggio dell’individuo e non del bene comune”.

E ancora, ricordava che “il grande oblio del mondo contemporaneo è il rifiuto della verità grande, è il dimenticare la domanda su Dio, perché si teme il fanatismo e si preferisce il relativismo. Al contrario, la fede non è intransigente, il credente non è arrogante perché la verità che deriva dall’amore di Dio non si impone con la violenza e non schiaccia il singolo”.

La Lumen Fidei mette anche in luce la necessità di evangelizzare, perché, come una fiamma si accende dall’altra, così la luce di Gesù brilla sul volto dei cristiani e si trasmette di generazione in generazione, attraverso i testimoni della fede.

E la fede si trasmette attraverso i sacramenti, ed è concreta, perché credere porta a costruire il bene comune.

Secondo Papa Francesco, “sono tanti, invece, gli ambiti illuminati dalla fede: la famiglia fondata sul matrimonio, inteso come unione stabile tra uomo e donna; il mondo dei giovani che desiderano ”una vita grande” e ai quali “l’incontro con Cristo dona una speranza solida che non delude”.

La fede non è un rifugio per gente senza coraggio – afferma il Pontefice – ma la dilatazione della vita” e in quest’ambito le GMG permettono ai giovani di mostrare la gioia della fede e l’impegno a viverla in modo saldo e generoso.

Questo articolo è stato pubblicato su ACI Stampa e ripreso dal team di EWTN Italia

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Andrea Gagliarducci

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